La restaurazione del Sacerdozio rimane un evento essenziale e di grande importanza.

maggio 24, 2011 by · Leave a Comment
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I giovani detentori del sacerdozio abbracciano un sacro dovere.

Tirate fuori una carta geografica e individuate il fiume Susquehanna, là dove scorre attraverso la Pennsylvania. Ora cercate la città di Ayacucho, nell’entroterra meridionale del Perù.

Geograficamente, i due punti sono a mezzo mondo di distanza, ma spiritualmente, potrebbero essere confinanti. Fu 182 anni fa che il risorto Giovanni Battista apparve a Joseph Smith e Oliver Cowdery a nord di Susquehanna, e conferì loro il Sacerdozio Aronico, o “Sacerdozio di Aronne”.

Giovanni Battista – un discendente di del Vecchio Testamento – identificò Joseph Smith e Oliver Cowdery come suoi “compagni di servizio” e li ordinò al Sacerdozio di Aronne “che detiene le chiavi del ministero degli angeli, del Vangelo di pentimento e del battesimo per immersione per la remissione dei peccati” (Dottrina e Alleanze, Sezione 13).

Con quell’ordinanza storica, il sacerdozio del Signore fu restaurato. Quasi due secoli dopo, i fremiti di quel sacro momento in Pennsylvania si potevano sentire in una classe, al secondo piano del centro di Palo di Ayacucho, in Perù. In una recente domenica mattina, un fedele consigliere del quorum del Rione di Garcilazo stava in piedi di fronte a diversi diaconi – tutti vestiti con camicia bianca e cravatta – e insegnava ai giovani uomini lo scopo del Sacerdozio di Aronne. Il consigliere ha rammentato ai diaconi del loro dovere verso Dio e li ha sfidati a esercitare il loro sacro diritto di invocare il ministero degli angeli.

Tali episodi, del Sacerdozio di Aronne in azione, si possono trovare attraverso tutto il Perù, nei rioni e rami in Pennsylvania e, a dire il vero, in tutto il mondo. Ogni settimana, giovani uomini di diverso colore e ambiente compiono i doveri del Sacerdozio di Aronne restaurato, preparando e distribuendo il sacramento, raccogliendo le offerte di digiuno per aiutare coloro che sono nel bisogno, eseguendo le ordinanze battesimali e, sì, invocando il ministero degli angeli per benedire gli altri. Leggi tutto

La differenza fra l’archeologia del Vecchio e del Nuovo Mondo

maggio 23, 2011 by · Leave a Comment
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Prima che io cominci a condividere alcune delle interessanti prove del Nuovo Mondo che sono compatibili con un Libro di Mormon antico, c’è ancora un argomento da discutere che riguarda il modo in cui alcuni critici affrontano l’archeologia del Libro di Mormon.

Ad alcuni critici piace comparare la mancanza di supporto archeologico per il Libro di Mormon con l’apparente voluminoso sostegno archeologico per la Bibbia. Tuttavia, come ha sottolineato il dottor William Hamblin, c’è una profonda differenza tra il Vecchio e il Nuovo Mondo quando si tratta di dati epigrafici (scritti), di continuità di cultura e di toponimi (nomi dei luoghi).

Mentre l’ambiente arido dell’archeologia biblica contribuisce a preservare i manufatti archeologici, il clima molto caldo e umido del Mesoamerica è dannoso alla conservazione della maggior parte dei manufatti come quelli di legno, di ossa, di metallo e il vestiario.

C’è inoltre una grande differenza tra lo stato generale dell’archeologia del Nuovo e del Vecchio Mondo. Molti decenni in più, e molte più risorse ed esperti sono stati dedicati alla “archeologia biblica” rispetto a quelli dedicati all’archeologia Mesoamericana. Nel 1980, per esempio, uno studioso del Nuovo Mondo ha affermato che meno dell’uno percento dei siti dell’antica America è stato portato alla luce (citato in “The Firm Foundation of Mormonism”, 103).

Trenta anni dopo non sembra che le cose siano migliorate. Il candidato al dottorato Mark A. Wright riporta una recente conversazione con il dottor George Stuart, che fino al suo attuale status di emerito era un archeologo del National Geographic inerentemente ai Maya. Stuart si lamentava del fatto che dei 6000 siti degli antichi Maya solo l’un percento di essi era stato portato alla luce. E di questo solo il 5-10 percento era stato esposto. Il fatto che molti siti dell’antica America siano saccheggiati, prima che gli archeologi possano completamente esaminarli, aggiunge sale alla ferita.

Com’è stato osservato la scorsa settimana, la maggior parte delle società antiche scriveva su materiali deperibili. Persino nel Vecchio Mondo, dove abbiamo rare eccezioni di testi scritti su metallo, pietra o argilla, la maggior parte degli altri documenti è scomparsa. Quasi tutti i libri rimasti dell’antica Grecia e dell’antica Roma, per esempio, sono in realtà copie di copie dell’ottavo secolo o posteriori. La scomparsa dei testi antichi è la norma, non un’anomalia. Tuttavia, grazie alle condizioni ecologiche uniche, tendenti alla conservazione, diverse migliaia di testi e iscrizioni contemporanee, provenienti dalle terre bibliche, sono sopravvissuti fino ai tempi moderni.

Questi testi superstiti sono strumenti rilevanti nell’aiutare gli archeologi a localizzare le antiche città bibliche. Alcuni antichi documenti forniscono addirittura dettagliate liste di distanze tra le città. Conoscere la posizione esatta di una città aiuta gli archeologi biblici a localizzarne delle altre, semplicemente calcolandone le distanze.

Persino con simili vantaggi del Vecchio Mondo, tuttavia, solo poco più della metà di tutti i nomi dei luoghi menzionati nel Bibbia sono stati localizzati e identificati con certezza. La maggior parte di queste identificazioni sono basate sulla conservazione del toponimo. Per le località bibliche il cui toponimo non è stato conservato, solo, circa, il 7-8 percento di esse è stato identificato con un certo grado di certezza, un altro 7-8 percento di esse, circa, è stato identificato con qualche grado di certezza congetturale. L’identificazione di quelle località senza nomi non si sarebbe potuta fare se non fosse stato per l’identificazione delle località con i toponimi preservati. Se pochi o nessun toponimo biblico fosse sopravvissuto, l’identificazione delle località bibliche sarebbe stata in gran parte ipotetica.

Quando ci spostiamo sul Nuovo Mondo, scopriamo che molti toponimi sono scomparsi da un’epoca a un’altra.

Semplicemente, gli archeologi non conoscono i nomi originali di tutte le città dell’antica America. Con tali considerazioni, come potremmo mai fornire, per quelle città, nomi tradotti in inglese – come per quelli corredati nel Libro di Mormon?

E, come osservato la scorsa settimana, gli studiosi continuano a essere incerti sulla pronuncia di alcune città Mesoamericane – per quelle che hanno dei nomi – poiché le iscrizioni della città sono spesso iconografiche. Le icone superstiti non sono solo rare (come osservato in precedenza), ma sono spesso simboliche piuttosto che fonetiche. In altre parole, quando gli archeologi scoprono un’iscrizione iconografica che indica un posto come la “Collina del Giaguaro”, la pronuncia di questa iscrizione potrebbe dipendere dalla lingua di chi parla – fosse uno Zapoteca, un Mixteca o un Nefita. L’unico modo per identificare un sito antico è attraverso un’iscrizione che attribuisca un nome foneticamente intelligibile.

Se i dati epigrafici provenienti dal Vecchio Mondo fossero scarsi quanto quelli del Nuovo Mondo, gli studiosi sarebbero gravemente limitati nella loro comprensione degli Israeliti. Sarebbe probabilmente impossibile, usando strettamente le prove archeologiche non-epigrafiche, distinguere tra i Cananei e gli Israeliti quando essi coesistettero nella Terra Promessa prebabilonese (prima del 587 a. C.).

Lo stesso problema sarebbe evidente se gli studiosi avessero affrontato l’assenza di dati epigrafici Cristiani. Il dottor Hamblin osserva, per esempio, che se le persecuzioni del Cristianesimo avessero avuto successo, se Costantino non si fosse mai convertito e se il Cristianesimo fosse scomparso intorno al 300 d. C., sarebbe molto difficile, se non impossibile, ricostruire la storia della cristianità usando nient’altro se non i manufatti archeologici e le iscrizioni dell’Impero Romano.

Questo dovrebbe essere un promemoria che fa riflettere per quei critici che sostengono che l’archeologia abbia dimostrato la Bibbia, ma che l’archeologia del Nuovo Mondo non abbia dimostrato il Libro di Mormon.

I media tratteranno favorevolmente i mormoni, nel 2012?

maggio 17, 2011 by · Leave a Comment
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La settimana scorsa ha segnato il ritorno dei mormoni, nella corsa alla presidenza del paese. Il mormonismo verrà di nuovo messo in discussione, durante questo anno elettorale. O almeno così sembra.

Ma se al momento non abbiamo alcuna indicazione, io penso che, questa volta, le persone saranno più perspicaci e più favorevoli, verso il mormonismo.

Che dei candidati mormoni si presenteranno di nuovo, lo capiamo dal discorso sulla salute, fatto da Romney, presso l’Università del Michigan. Così come dal profilo di Jon Huntsman, nel Time.

C’è stato anche un articolo del New Republic, di Matt Bowman, dal titolo: Un viaggio nel pensiero mormone. Egli ha scritto:

“Ma, al di là di semplici differenze di personalità, Romney e Huntsman rappresentano anche due ceppi molto diversi del mormonismo. Mentre entrambi gli uomini sono la progenie della stessa classe di ricchi mormoni, la vita pubblica di Huntsman è nata da un ceppo più giovane del mormonismo, in confronto a Mitt Romney, un mormonismo sempre ben adattato ai diversi anni del 21° secolo, in America, e, forse, a causa di questo, un mormonismo con cui l’America sta crescendo sempre di più”.

Ho sentimenti contrastanti sul pezzo di Bowman. Io non credo che ci siano due ceppi del mormonismo, tuttavia, questo articolo mostra, secondo me, come saranno le copertine, in futuro. Ad esempio, Damon Linker, un ex istruttore, in visita alla BYU, che non è un mormone, ha scritto un saggio caustico, sul mormonismo, definendolo “una religione politicamente pericolosa”, in The New Republic, durante l’ultima campagna elettorale. A mio avviso è stato offensivo.

Mentre io, che sono uno che cerca sempre i cavilli, in questo articolo più recente non ho trovato nessuna mancanza di rispetto. Non era per niente come il pezzo di Linker. L’autore non ha, chiaramente, nessuna animosità contro il mormonismo e presumo non sia un mormone.

Nella storia del Time, il mormonismo era un elemento minore della copertina, mentre, con il profilo di Romney, sul Time, i Mormoni sembravano dominare.

Quali cambiamenti, possono sottintendere questi eventi. Grazie agli sforzi dei mormoni, di essere ascoltati ed essere proattivi, e grazie agli sforzi dei giornalisti, penso che il mormonismo otterrà un migliore trattamento.

Ho trascorso centinaia di ore a studiare le copertine di Romney, nella campagna 2008, e ho scoperto che il mormonismo non è stato trattato favorevolmente.

Mentre molti aspetti favorevoli, del mormonismo, erano comunque apparsi, nel mio campione di studio, i segreti dei mormoni erano emersi una volta su quattro, o addirittura 4 su 10, a seconda delle cose che si prendevano in considerazione.

La poligamia era apparsa, una volta su quattro. Pensate a questo. Immaginate se una storia su quattro, del Partito democratico, parlasse della sua eredità razziale, di 100 anni fa. Immaginate se storie del partito repubblicano, parlassero della sua eredità di virulento anti-mormonismo, di 100 anni fa.

Ciò sarebbe ingiusto, per i partiti moderni. Eppure, nel mio esempio, la poligamia è apparsa in una su quattro storie di Romney, nel 2008. Simili comportamenti meritano un rimprovero.

Ma quando ho tracciato la frequenza della poligamia, nel corso del tempo, ho notato qualcosa di interessante: la sua frequenza attraverso le copertine di Romney era notevolmente ridotta, col passare del tempo.

Era come se i giornalisti, all’inizio del processo, avessero visto che il mormonismo poteva essere un problema, per Romney. Poi, hanno speculato su quello che era sul mormonismo, in modo da essere offensivi, per alcune persone, e, infine, si sono avvicinati alla poligamia, perché questo è ciò che era disponibile nei loro ricordi sul mormonismo.

Poi, hanno imparato di più sulla fede e hanno parlato sempre meno di poligamia, col passare del tempo, o almeno così sembrava.

Io vedo che questa tendenza sta continuando. Questi primi pezzi, in questo momento, sembrano più riflessivi. Ai mormoni viene chiesto di commentare più spesso, dai mezzi di informazione. Penso che vedremo molta meno attenzione sul mormonismo, come culto, e sulla poligamia, questa volta.

E la dice lunga, sui mezzi di informazione. Le norme dei media, cercano di far fare il lavoro per bene e di far parlare le persone per abbastanza tempo. Certo, i media a volte sbagliano e resta da vedere se le copertine saranno migliori, questa volta, ma sto vedendo gli sforzi, per fare un lavoro migliore sul mormonismo, all’apertura di questa campagna elettorale.

Non fate ipotesi, la dottrina SUG va spiegata

maggio 17, 2011 by · Leave a Comment
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C’è una frase che usiamo in America (forse anche altrove) che dice qualcosa del genere: “Va da sé”. Noi tutti l’abbiamo usata, almeno una volta. Si sta comunicando che qualche fatto è, di per sé, così evidente che non si deve spiegare ulteriormente, agli altri. E’ compreso automaticamente. Ad esempio, “E’ ovvio che bisogna tirare il laccio del paracadute, quando si salta da un aereo a 30.000 piedi.” E’ ovvio.

D’altra parte, a volte, le cose non dette, dovrebbero essere dette. Una qualunque cosa o qualche conoscenza, che diamo per scontata, fa sì che presupponiamo, in genere, che chiunque altro pensi, creda e sappia quello che pensiamo, crediamo e sappiamo noi.

Come membri della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, a volte lasciamo delle cose non spiegate, che assolutamente hanno bisogno di essere dette, soprattutto quando gli altri ci stanno ascoltando e osservando. Mi spiego.

Nel settembre del 1980, un articolo di Newsweek, sulla chiesa, stava per arrivare nelle edicole. L’autore, Kenneth L. Woodward, era un cattolico praticante e ben conosciuto, per il suo stile di scrittura che “raccontava come si è”. Il Newsweek mise una foto del Tempio di Salt Lake sulla copertina e i membri erano in attesa di vedere se qualcuno dei maggiori “media” avrebbe finalmente parlato, di loro, nel modo giusto. La maggior parte di essi, restarono delusi.

Woodward parlò in modo piuttosto semplice, con un paio di contaminazioni culturali, ma questa fu la frase che ispirò i mormoni a scrivere centinaia di contestazioni feroci al Newsweek:

“I mormoni credono che gli uomini nascano liberi dal peccato e guadagnino la loro divinità, attraverso il corretto esercizio del libero arbitrio, piuttosto che attraverso la grazia di Gesù Cristo. Così ‘la sofferenza e la morte’ di Gesù, sono viste, dai mormoni, come atti fraterni di compassione, ma non utili all’espiazione dei peccati degli altri” (“In cosa credono i mormoni” Newsweek, Settembre 1980 Kenneth L. Woodward, 68).

State scherzando? Lo sapete qual è il nome della chiesa? Avete letto qualsiasi parte del Libro di Mormon? Avete mai avuto un bambino, in primaria, che recita il primo articolo di fede? Piangevamo tutti.

Lo spazio per i reclami, nella rubrica “Lettere al direttore”, è stato riempito da dure parole di rimprovero, per settimane (senza alcuna manifestazione di amore). Come potevano avere sbagliato così?

Infine la loro confutazione venne stampata. Tra i suoi punti, il seguente ha portato, con sé, un rimprovero e una reale opportunità di vederci come ci vedono gli altri. Per coloro che hanno capito, era una sorta di epifania.

“Ho letto diversi libri della Scrittura e della teologia mormone, prima di scrivere l’articolo. Il mio intento, tuttavia, non era quello di rivedere i libri, ma piuttosto di segnalare come i membri, rappresentanti della Chiesa mormone, descrivono e interpretano le proprie tradizioni… Il punto era determinare quali dottrine, di una chiesa, sono realmente infuse come la linfa vitale, nei suoi aderenti”.

E’ stata colpa nostra. Noi non rappresentiamo, almeno nel tempo in cui ha intervistato i nostri membri, ciò che realmente crediamo e chi siamo realmente. Noi, in qualche modo, abbiamo lasciato qualcosa di non detto.

La nostra teologia è così ricca e profonda. Dall’espiazione alla restaurazione, tra i templi, il sacerdozio, i gradi in cielo, il matrimonio eterno e le tante altre meravigliose dottrine, a volte, il fatto che Gesù Cristo sia al centro di tutto, “va da sé”. Tu e io sappiamo e crediamo che Joseph Smith abbia detto, negli anni all’inizio della Restaurazione:

“I principi fondamentali della nostra religione sono la testimonianza degli apostoli e dei profeti, riguardo a Gesù Cristo, che morì, fu sepolto ed è risorto il terzo giorno ed ascese al cielo, e tutte le altre cose che appartengono alla nostra religione sono soltanto appendici ad essa ” (” Storia della Chiesa” 3,30).

Ma se non lo dice, se “va da sé”, quindi i nostri amici non membri, i nostri amici meno attivi, le nostre famiglie, si confondono. Essi credono che, in realtà, stiamo dicendo, e, come Woodward, ottengono l’immagine sbagliata.

Come facciamo a chiarire la confusione? Come possiamo veramente mostrare ciò in cui crediamo veramente, al punto che anche i media riportino i fatti “giusti”? Dobbiamo semplicemente collegare i puntini. Lo diciamo. Non dobbiamo lasciare le cose “non dette”. Quando si parla di come il Libro di Mormon abbia cambiato la nostra vita, ci sono anche cose, che possiamo dire, che il libro insegna su Cristo, che ha espiato per tutti noi, che ha fatto visita alle popolazioni del continente americano. Quando insegniamo ai nostri bambini il principio della decima, insegniamo loro che, in piccola parte, essa rappresenta il sacrificio di Gesù Cristo e che, quando noi sacrifichiamo un pò, egli ci dà molto.

Nei nostri discorsi, nelle nostre testimonianze, durante la serata familiare, al lavoro, a casa, sul campo sportivo, a scuola, dobbiamo essere ovvi, evidenti, audaci, nel collegare tutto ciò che riguarda il Vangelo, al suo centro: Gesù Cristo. Semplicemente non si può non dire.

Le insidie che intrappolano i nostri figli

maggio 14, 2011 by · Leave a Comment
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Cerchiamo di condividere una piccola storia, con voi, circa il nuovo libro che abbiamo in uscita, questo autunno, che si chiama “Le trappole del diritto: come salvare un bambino che si trova in un nuovo sistema di scelte, di guadagno e di proprietà”.

Inizialmente, avevamo previsto di scrivere un libro solo per il pubblico SUG, un libro sulla gestione che abbiamo sui nostri figli e su come i ragazzi devono imparare a sentire la proprietà e la responsabilità per le cose, per prepararli a comprendere, più tardi, il principio importante dell’amministrazione.

Ma più andavamo avanti e più ci rendevamo conto che il problema più grande sono i genitori, in tutto il mondo, nella Chiesa e fuori da essa: è il senso del diritto che i loro figli sentono. I ragazzi di oggi pensano di aver diritto alla tecnologia più recente, ai vestiti di marca, di andare dovunque, con i loro amici, e andare avendo tutto ciò che hanno i loro amici hanno. E non pensano che dovrebbero lavorare.

E il problema è in crescita ovunque!

Quando i genitori di oggi erano bambini, erano più motivati, avevano più incentivi e lavoravano di più: avevo un maggiore senso di responsabilità e un minore senso di diritto.

Molto di tutto questo, è andato perduto, oggi, e più ci pensavo e più concludevo che il libro dovesse essere scritto per tutti i genitori che si concentrano sui modi per poter dare ai bambini un senso di proprietà (i loro soldi, i loro giocattoli, i loro abiti; e, poi, le loro scelte, i loro valori ed i loro obiettivi).

Poi abbiamo deciso che avremmo fatto un post scriptum, a proposito di come amministrare sia ancora la forma più alta di verità e di motivazione, e che i genitori dovrebbero essere amministratori dei loro figli.

Ma, anche se abbiamo scritto il libro per i genitori di tutto il mondo, in fondo lo abbiamo scritto, in particolare, per i genitori della chiesa, che riteniamo dovrebbero essere un esempio per il mondo.

Siamo sinceramente convinti che i genitori della Chiesa siano, in molti casi, tra i genitori migliori del mondo. Le nostre convinzioni circa la natura eterna e l’origine pre-terrena dei nostri figli, ci inducono a rispettarli e dargli valore, al di sopra di tutto. Noi pensiamo che i genitori della chiesa, spesso, siano modelli ed esempi per gli altri genitori, e siamo convinti che i genitori SUG possano essere una parte importante di una causa o di un movimento per rafforzare le famiglie, in tutto il mondo. Possiamo fare questo, primo dando l’esempio nelle nostre case, e secondo essendo aperti e coraggiosi, per incoraggiare altri genitori a dare la priorità ai loro figli, su tutto il resto, e nella condivisione della gioia che riceviamo attraverso il perseguimento di uno stile di vita orientato alla famiglia.

Mentre noi viviamo “nel mondo,” non dobbiamo essere “del mondo”. La società e la cultura, intorno a noi, sono orientate alle cose materiali e ad una mentalità di diritto e di gratificazione immediata. Ma nelle nostre case, possiamo creare una cultura di un lavoro responsabile ed etico e di un’economia di famiglia, dove i bambini guadagnino il proprio denaro, e, quindi, sentano la proprietà di esso e delle cose che acquistano con esso.

La felicità è abbondante, se ci limiteremo a rallentare e vivere la vita ad una velocità umana

maggio 9, 2011 by · Leave a Comment
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Quando gli astronauti ritornano sulla terra, gli psicologi li fanno rapidamente rientrare in una “scala umana”.

Essere in grado di mantenere la terra in mano, come un grande pallone da spiaggia blu, non è una “scala umana”.

Far rimbalzare un pallone da basket lo è.

Ci sentiamo a misura d’uomo, a casa. Ci sentiamo come noi stessi.

Sono anche convinto che siamo più felici, se facciamo le cose a “velocità umana”.

Il successo può arrivare da Internet ad alta velocità e su un jet ad alta velocità.

Ma la felicità ha un ritmo più lento.

Lo so. Alcuni mi vedono come un uomo, che non può tenere il passo con i bambini. Ma io sono stato a guardare i bambini. Ho guardato i miei nipotini quando giocano a Monopoli. Chiacchierano e scherzano. Prendono un biscotto e guardano fuori dalla finestra. Riflettere. Rivedono. Emerge la loro personalità, non solo le loro abilità.

Loro conoscono i pensieri degli altri e i punti di forza.

Imparano a guidare ed imparano a seguire.

Alla velocità umana, imparano ad essere umani.

Penso che sia strano che ci preoccupiamo tanto per i cibi naturali, per l’acqua naturale e per i colori naturali, poi ci giriamo e viviamo le nostre vite a velocità innaturale.

Facciamo l’autostrada ad 80 miglia all’ora.

Facciamo trambusto e confusione, all’interno di un negozio.

Tocchiamo con impazienza sulla tastiera, se il sito web di un negozio di Buenos Aires richiede più di pochi secondi per comparire sui nostri schermi.

Noi sforniamo e-mail a 90 parole al minuto, abbreviando metà delle parole per ottenere ancora più velocità.

E quando i nostri rapidi trasferimenti non avvengono abbastanza rapidamente, vogliamo i nostri soldi indietro, in fretta.

I nostri antenati si trasferirono a velocità umana. E parte del loro contributo sarebbe andato perso, se fossero stati molto più veloci.

E se ci fosse stato un treno proiettile per Canterbury?

Il mondo non avrebbe i meravigliosi racconti di Chaucer.

Cosa sarebbe successo se Rembrandt avesse dipinto con una bomboletta spray?

I diamanti industriali possono essere fatti in un batter d’occhio. Ma non sono mai del calibro dei diamanti “naturale”.

C’è una buona ragione per cui la velocità nella lettura non porta a nulla, leggere velocemente un libro è “innaturale”, come è innaturale mangiare un buon pasto francese.

Le persone, che lo sappiano o no, preferiscono un ritmo umano.

Essi sono più felici, ad una velocità umana.

Dicono che il cuore umano ha tanti battiti. Nessuno avrebbe presa la rincorsa, per avere fino a 1000 battiti al minuto, in modo da poter vivere la propria vita in meno di otto anni.

Una delle prime lezioni che ho imparato a giocare a golf è stato che più vado lentamente, meglio gioco.

E’ una lezione che devo continuare a imparare.

Ma è una lezione che si può scrivere nella pietra, ma con uno scalpello, badate, non con un laser.

Chi è la “Chiesa”?

maggio 7, 2011 by · Leave a Comment
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L’altro giorno, andavo verso la mia classe della scuola Domenicale, con un mio amico e la sua bella e giovane figlia. Ella ha iniziato a parlare di una famiglia meno attiva, che vive sulla loro strada. Ha detto che “la madre ha appena avuto un altro bambino”.

Si è chiesta, a quel punto, se qualcuno, nella chiesa, avesse pensato di fare qualcosa per loro.

Dopo aver servito come presidentessa di rione della Società di Soccorso della Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni, questo tipo di osservazione mi ha sempre fatto sorridere. Molte volte, mentre io ero la presidentessa, la gente mi chiamava, per portarmi a conoscenza della condizione in cui si trovava a vivere una delle nostre famiglie del rione. Essi erano davvero profondamente interessati. Poi, nel caso, avrebbero detto che “la chiesa” non aveva fatto nulla per aiutarli.

Sono sempre stata tentata di chiedere: «Chi è la ‘chiesa’? E’ la presidentessa della Società di Soccorso? Il vescovo? Il presidente del quorum degli anziani?”. Certo, non ho mai detto nulla, li ho ringraziati e ho promesso loro che avrei fatto qualcosa. Di solito sono interessati e desiderosi che qualcuno faccia qualcosa, senza sapere ciò che è già stato fatto.

Quindi, ancora una volta, “Chi è ‘la Chiesa’?”

Non è logico che se una persona che incontri sulla tua strada, sa che sei un mormone, sei tu “la chiesa”, per quella persona? Non il vescovo o la presidentessa della Società di Soccorso, ma voi e me. Non è nostra la responsabilità di fare qualcosa? Naturalmente, poi, si fa rapporto ai dirigenti del rione.

E’ stato un mio privilegio e una benedizione poter aiutare le famiglie numerose, al momento della morte di una persona cara. Ho assegnato a qualcuno il compito di portare del cibo alla famiglia. Abbiamo preparato il cibo, il giorno del funerale, anche per tutti i membri della famiglia, arrivati a fare visita. I nostri cari membri del rione erano sempre ansiosi di aiutare, in tali occasioni. Se non mi capitava di chiamare alcuni di loro, dicevano dopo “Perché non mi hai chiamato, per il cibo? Sono stato molto vicino alla loro famiglia e mi sarebbe piaciuto aiutare o risolvere qualche problema”.

La famiglia in lutto doveva mangiare ogni giorno, prima del funerale, di solito con più bocche da sfamare. E il giorno dopo il funerale, quando si cerca di stare di nuovo tutti insieme. Sicuramente non era ammissibile, per me, fare qualcosa per conto mio. Dio ha pensato sicuramente lo stesso.

Dobbiamo aspettare che i nostri dirigenti ci chiamino? Non siamo agenti di noi stessi, capaci di fare qualcosa di giusto e qualcosa di buono, lungo la nostra strada? “Chi è ‘la Chiesa’?”. Sono io o tu o chi è più vicino e a portata di mano.

Ho sentito una persona parlare con un amico, che aveva un problema molto serio. La sorella subito ha detto: “Beh, facci sapere se possiamo fare qualcosa o se desideri che digiuniamo, per te. Basta chiedere, lo sai”. E’ un dato di fatto? Dobbiamo aspettare che qualcuno chieda aiuto? Le opportunità “sono”, non “saranno”.

Questi atteggiamenti contrastano con una bella esperienza che ho avuto, con un’insegnante in visita. Era una nuova convertita alla “chiesa”. Lei sapeva chi fosse “la chiesa”. Era lei.

Un giorno mi ha chiamato, per segnalarmi che aveva accompagnato una delle sorelle a lei assegnate, in ospedale. Ha detto che aveva sospeso la consegna del latte, sospeso la consegna del giornale, aveva chiamato la famiglia e voleva sapere se c’era qualcos’altro avrei potuto suggerire, che potesse fare. In quel momento, c’era “la chiesa” in azione, come credo il nostro Padre celeste desidera che operiamo.

Chi è “la chiesa”? Sono io. Sei tu.

All’interno del Centro di Formazione Missionaria: ci vuole un villaggio, per compiere il lavoro equivalente a quello di una piccola città

maggio 2, 2011 by · Leave a Comment
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L’MTC di Provo è una piccola città a sé stante, considerando la media di 2.000 missionari che vivono lì, e i quasi 150 membri dello staff a tempo pieno, ben 1.200 dipendenti part-time e circa 1.500 volontari, che forniscono servizi di sostegno.

Gli amministratori dell’MTC dicono che possono esserci 3.000 persone, nel posto, in qualsiasi momento e che, con esse, l’MTC funziona alla metà della sua capacità.

Il campus è indipendente il più possibile: oltre alle residenze e alle aule, l’MTC di Provo comprende una palestra/auditorium, una cucina grande e una caffetteria, una clinica, una libreria, una lavanderia, un ufficio viaggi, un negozio da barbiere e così via.

“Questo è il progetto: vogliamo che i missionari abbiano tutto il necessario proprio qui, in modo che non ci sia bisogno di andare fuori dal campus”, ha detto Spencer K. Christensen, il manager delle risorse umane e dei servizi di sostegno dell’MTC di Provo.

L’organico comprende circa 70 amministratori e uno staff assunto a tempo pieno, dal centro, e altri 70 a tempo pieno, mediante contratto, dalla vicina Brigham Young University, ha detto Richard I. Heaton, direttore dell’MTC di Provo.

Aggiungiamo altri ben 1.200 dipendenti part-time, assunti sia attraverso l’MTC, che attraverso la BYU.

Il personale in prima linea, è quello formato dagli insegnanti, quasi 900 di loro, soprattutto gli studenti della BYU, lavorano part-time, tre ore al giorno, 20 ore a settimana.

“Abbiamo questi incredibili, non professionisti: per esempio, un importante insegnante di ingegneria civile estone”, ha detto il presidente dell’MTC di Provo, Gordon D. Brown. “Questo non accade altrove”.

Un trio di insegnanti, si, sono ex missionari, sono assegnati a ciascuna classe, da 8 a 12 missionari.

“Ti aiutano e ti portano al livello successivo”, ha detto sorella Diondre Darcy di Tulsa, Oklahoma, che va a Hong Kong. “La gente vuole aiutarci, ad ogni passo del cammino, e la loro fede in quello che stiamo facendo, mi tira davvero su”.

L’anziano Mark Bullough, di South Jordan, che va in Russia, è d’accordo. “Quello che amo di più del personale docente è che hanno passato quello che stiamo vivendo noi.

Ma il personale dell’MTC di Provo, è più che insegnanti ed istruttori.

In dispensa, in cucina e nella mensa, i lavoratori cucinano, servono e puliscono, per tre pasti al giorno, per i missionari. Questo significa che preparano fino a 9.000 pasti al giorno, con i missionari che entrano in mensa, in turni di 15 minuti, e la preparazione del cibo praticamente avviene attraverso le 24 ore.

Il manager della caffetteria, Doug Walker, riferendosi al 2010, dice che i missionari dell’MTC di Provo hanno consumato 200.400 mele, 163.430 chili di banane, 10.893 galloni di gelato e 64.200 chili di uova, ovvero l’equivalente di 684.800 uova. Per non parlare degli innumerevoli casi di cereali freddi consumati, a seconda, la mattina, a mezzogiorno e la sera.

Forse il secondo posto più visitato e amato, nel campus, è il reparto spedizioni. Il supervisore Heidi Van Woerkhom sovrintende il personale, che seleziona 2 o 3 cassonetti enormi di lettere e pacchi non deperibili, giornalieri, portati dal Servizio Postale degli Stati Uniti, oltre agli oggetti lasciati lì, in generale, e agli altri servizi di consegna dell’MTC (l’MTC non consente ai visitatori di lasciare degli oggetti).

“Questa è la metà di quello che avevamo una volta”, ha detto, facendo notare il maggiore uso delle e-mail tra i missionari e le loro famiglie. Diverse stampe di e-mail, arrivano ogni giorno, per essere distribuite, il Lunedì arrivano due o tre volte.

La clinica è composta da due medici e diversi infermieri, il barbiere lavora con 4-5 dipendenti al giorno e sono disponibili anche i servizi per cucire (ma i missionari devono cucire i propri bottoni).

I volontari dell’MTC aiutano anche con l’arrivo dei nuovi missionari, il mercoledì, o sono tra le 1.400 persone che aiutano il personale dell’MTC, quando i missionari vengono messi in situazioni verosimili, per poter insegnare.

Un altro elemento del personale dell’MTC di Provo, è la natura. I missionari sono divisi in più di 50 rami SUG, piccole congregazioni con lingue specifiche, che sono sorvegliate da circa 200 fedeli dirigenti del sacerdozio, con esperienza nella missione e la partecipazione nella dirigenza dei rioni.

“Stiamo lavorando con i missionari che sono disposti a fare il sacrificio, per servire”, ha detto Ronald J. Wright, presidente del ramo dell’MTC, con Domeniche mezze piene, dalle 6:30 alle 16.00, con i servizi di culto, sessioni del Consiglio, incontri di formazione e interviste. “Ogni minuto con loro è un’esperienza spirituale”.

L’anziano Norriss Webb e sorella Carol Webb di Lake Oswego, Oregon, hanno molto apprezzato la formazione per servire in Sud Africa, nella missione di Johannesburg, durante il loro periodo all’MTC di Provo, dove anni prima hanno lasciato quattro dei loro figli, per le loro missioni.

“Non posso dire abbastanza sui giovani che ci insegnano”, ha detto l’anziano Webb. “Non sono solo insegnanti. Loro sono forti, forti nel Vangelo”.

Sorella Webb ha detto: “Ma sono molto umili, allo stesso tempo.

“I nostri figli hanno insegnato qui”, ha continuato, “ma non sapevamo che cosa stavano facendo.

“Ora capiamo che cosa hanno fatto”, ha concluso, “e perché lo hanno amato”.

Curiosità e fede, alimentate in Henry Eyring

maggio 2, 2011 by · Leave a Comment
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Immaginate di essere uno scienziato mormone, invitato nell’ufficio di un apostolo, per discutere i disaccordi tra scienza e religione.

E’ successo, nel 1955, quando il celebre chimico Henry Eyring, incontrò l’anziano Joseph Fielding Smith, che più tardi divenne il decimo presidente della chiesa mormone. Parlarono per circa un’ora e, gentilmente, concordarono di essere in disaccordo, secondo quanto si legge nella biografia “Scienziati mormoni: vita e fede di Henry Eyring”.

“Fratello Smith, ho letto i tuoi libri e conosco il tuo punto di vista, e capisco che è esattamente il tuo modo di vedere le cose. Ma, per me, è un pò diverso”, disse Eyring.

La risposta indica quanto la conversazione fosse un po’ animata.

“Beh, fratello Eyring, vorrei che tu entrassi e mi facessi parlare con te, qualche volta, ma non quando sei così eccitato”, disse l’apostolo.

Il nipote di Eyring, autore e amministratore della BYU-Idaho, Henry J. Eyring, ha detto che la discussione con Joseph Fielding Smith, a torto considerato come un confronto, è stato un grande esempio di fede e di una ricerca aperta della verità. Lo scienziato era fermo, nella sua fede in Gesù Cristo, ma era anche insaziabilmente curioso.

“Ha veramente creduto nel Padre celeste, che sapeva tutto e che voleva condividere tutto con lui. Questa vita è un laboratorio di apprendimento” ha detto il nipote. “Era assolutamente convinto che se avesse lavorato duro, avrebbe potuto imparare ciò che Dio sa”.

Figlio di un allevatore, Eyring nacque nel 1901, a Colonia Juarez, Chihuahua, Messico, e prese più lauree attinenti alle scienze, presso l’Università dell’Arizona e l’Università della California, a Berkeley, nel 1920.

Insegnò all’Università di Princeton, dal 1931 al 1946, e, poi, divenne preside dell’Università dello Utah, presso la scuola di specializzazione. In quel periodo, fu il mentore di generazioni di futuri scienziati mormoni.

Uno dei modi con cui ispirava gli studenti SUG, ha detto suo nipote Henry, era quello di incoraggiarli a ricercare l’influenza dello Spirito Santo, nella loro ricerca.

“Avete il potere dell’ispirazione e della rivelazione. Avete una strada unica, per fare delle scoperte. Sapete che c’è un Padre celeste e un ordine, in questo universo” Eyring parafrasa il nonno. “Ora sapete che se lavorate duramente, la rivelazione non sarà invano.”

“Ha lavorato più di tutti, perché sapeva che era il prezzo per ricevere la rivelazione”.

Durante i 50 anni della sua carriera, il professore Eyring ha pubblicato oltre 600 articoli scientifici ed una dozzina di libri di testo, su vari argomenti. Ha scritto anche diversi libri per armonizzare scienza e religione.

La più grande conquista scientifica di Eyring si chiama la Teoria dell’indice Assoluto (ART). Steven M. Kuznicki, che ha scritto l’introduzione per “Scienziati mormoni”, dice che la teoria sostiene che quando gli atomi, o le molecole, si scontrano, si combinano per formare brevemente qualcosa di nuovo e diverso.

Il primo articolo di Eyring, sul tema, venne respinto. Nello stesso periodo, Eyring ebbe un incidente d’auto, che quasi uccise lui e il resto della sua famiglia. Vide la sua sopravvivenza come un’opportunità, per affinare lo studio.

Anche se l’articolo venne respinto, per la seconda volta, lui non si arrese. Alla fine la teoria venne accettata e compresa. Con il nome ART è stata chiamata una delle forze più potenti che appaiono sempre in chimica e Eyring quasi vinse il Premio Nobel. Egli ruppe i paradigmi, perché la teoria era fantasiosa e disposta a pensare fuori dagli schemi, ha spiegato il nipote.

“Come molte persone, con grandi idee e capacità come la sua, come non perseverare, in momenti difficili come quello? Ha dato il coraggio alle persone di essere innovative, di pensare in generale ai problemi scientifici, di speculare e di essere disposti a varcare i confini disciplinari”, ha detto l’autore. “È andato dove la sua curiosità lo ha portato.”

Quanto alla sua vivace discussione con il presidente Smith, il nipote di Eyring ritiene che entrambi gli uomini si fossero salutati, più illuminati.

“Quando trovava qualcuno con cui avere un dibattito, egli non era conflittuale e non si tirava indietro. Diceva, ‘Va bene, parliamo insieme di dov’è la verità. Impariamo insieme’. Sono convinto che entrambi avevano una più profonda comprensione del Vangelo e della scienza, dopo i loro colloqui” ha detto il nipote, Henry J. Eyring.

Angela Berg Robertson: cercare la verità religiosa scientificamente

maggio 2, 2011 by · Leave a Comment
Filed under: Notizie mormoni 

Sebbene la religione e la scienza possano avere le loro differenze, forse c’è bisogno di un vero scienziato, per trovare le somiglianze.

Angela Berg Robertson, una biologa e membro della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, ha usato la sua formazione scientifica e la sua fede, per aiutare a rettificare le differenze tra i due punti di vista.

Dopo aver completato il suo lavoro di dottorato sulla biomeccanica del volo degli uccelli, alla Harvard University, la Robertson si trasferisce all’Università di Houston, in qualità di borsista post-dottorato, per studiare la biomeccanica del camminare e correre, negli esseri umani.

Proprio come quando studiava, ad Harvard, il volo degli uccelli (uno dei primi scienziati a farlo), si è resa conto di quanto non sapeva, rispetto all’infinita sapienza divina.

“C’è così tanto che non sappiamo, ma Dio sa come tutto questo funziona”, ha detto Angela. “Stiamo solo cercando di rispondere ad alcune domande che troviamo interessanti e che migliorano la vita”.

E’ nella natura di uno scienziato, seguire il metodo scientifico: fare una domanda, condurre una ricerca, costruire un’ipotesi, provare che l’ipotesi si possa sperimentare, analizzare i dati ottenuti, trarre una conclusione e creare un report dei risultati.

La Robertson, una scienziata nel cuore, così come una mormone, ha applicato il metodo scientifico, al modo di pensare, per conciliare le differenze tra scienza e religione.

“Sulla base di quello che ho studiato e in base a quanto ho capito del modo in cui Dio opera, non vedo un conflitto tra l’evoluzione e il coinvolgimento di Dio”, ha detto Angela.

In realtà, forse l’applicazione del metodo scientifico alla religione, non è un’idea così strana.

In Malachia 3:10, il Signore ha detto che se sperimenteremo il pagamento della decima, egli deve “aprirci le cateratte del cielo e riversare su di noi tanta benedizione, che non vi sarà spazio sufficiente per riceverla”.

E Moroni 10:3-5 promette che se leggiamo il Libro di Mormon e poniamo una domanda a Dio, attraverso la preghiera (una domanda e un esperimento, per verificare la domanda stessa), si “può conoscere la verità di ogni cosa”.

“Per una qualche ragione, si è sviluppata questa idea che la religione e la scienza si escludano a vicenda”, ha detto la Robertson. “Darwin era religioso. E’ stato solo verso la fine della sua vita, che ha iniziato a mettere in discussione l’esistenza di Dio. Ma poi ci sono altri biologi per i quali questo non è importante”.

Quindi, anche se alcuni biologi possono vedere solo le differenze tra scienza e religione, la Robertson ha appreso che entrambi i campi possono lavorare insieme, per scoprire la verità.